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PostHeaderIcon Sentieri e Itinerari

Numerosi sentieri, tracciati dall'incanto di una natura splendida e ricca di emozioni, sono percorribili a piedi, a cavallo, in mountain bike.

 

  1. PARTENZA PERCORSO

  • Piantina percorso+piantina di Albera

Albera Ligure ha origini antichissime come emerge chiaramente dallo studio toponomastico del nome di derivazione ligure. In questa lingua dello stesso ceppo ma distinta dal celtico, “alb” significa città, centro urbano, mentre”arius” è un suffisso di appartenenza. Albera, quindi, sta ad indicare “il proprio centro”, ovvero il luogo pubblico ove si riunivano le tribù agropastorali liguri, ancora dedite ad una vita seminomade. Con l’insediamento delle prime celle monastiche benedettine e l’arrivo dei monaci in Val Borbera nel IX-X secolo, sorge l’Abbazia di Vendersi e Albera, come succedeva nel “vicus” più popoloso e centrale di un territorio, diventa Pieve, cioè chiesa battesimale, unico luogo ove si somministrava il Battesimo a tutti i nuovi nati. Il primo nucleo del centro storico di Albera si sviluppa attorno alla chiesa pievana e “praepositus” o Prevosto, termine inusuale, è chiamato il prete che la regge, forse perché in un primo tempo si trattava un monaco benedettino dell’Abbazia di Vendersi preposto o delegato a quest’ufficio. Con la distruzione dell’abbazia di Vendersi, tra il 1198 e il 1220 sotto il papato di Innocenzo III, i beni benedettini dell’Abbazia sono trasferiti al clero secolare, come affermava una lapide d’arenaria sopra l’ingresso della canonica “Alberiae Vindercii - ac S. Mariae - Feudum S. Romanae Ecclesiae - ac Episcopi Derthonensis - a monachis S. Benedicti - ad saecul. translatum ab Innocentio III“. Sopra questa lapide un’altra pietra, tuttora conservata, mostra incise due chiavi incrociate (simbolo del dominio di San Pietro e della Chiesa Romana) incoronate da un triangolo terminato da una croce (forse una mitria che simboleggia il dominio del Vescovo di Tortona). Albera quindi diventa Feudo Pontificio ed assume un ruolo di centralità ecclesiastica e commerciale e in un trattato del 1140 fra Genovesi e Tortonesi ove viene ribadito l’impegno a rispettare i confini si legge “ et hoc faciemus sine fraude infra hos fines, a palodo usque gavi…. et a perci usque ad plebem alberiae” cioè faremo questo senza frode, nei nostri confini, da Parodi a Gavi e da Persi fino alla pieve di Albera. Il primo prevosto di Albera di cui si ha notizia in un documento del 9 giugno 1151 è Rubaldo “Rubaldus eiusdem ecclesie dyaconus et prepositus plebis de Alberia”, che nel contempo è diacono della Cattedrale di Tortona e questo conferma che la pieve è molto antica e già prima della frana dell’Abbazia a reggerla è un membro del clero secolare. Nei secoli successivi diversi prevosti appartenenti ad importanti famiglie si succedono nella signoria Pontificia di Albera (nel 1512 Pietro Fieschi, nel 1523 Ludovico Fieschi, nel 1552 Gerolamo Sauli arcivescovo di Genova e nel 1565 Luca Fieschi poi Vescovo di Alberga) e anche i Vescovi di Tortona nel XVI secolo tentano di riaffermare con forza il loro dominio temporale e giuridico della pieve attribuendosi con Uberto Gambara, poi Cardinale, e con Cesare Gambara suo nipote, che gli successe sul seggio episcopale nel 1548, il titolo di Marchesi di S. Maria, Albera e Vendersi e facendo battere moneta propria del feudo. Dopo alterne vicende con l’arrivo delle truppe francesi la Signoria Pontificia di Albera cessa di esistere nel 1796, con Salvatore Cipriano Cumo, insediatosi nel 1780, ultimo prevosto feudatario. L’8 luglio 1797 l’agente napoleonico Vendryes proclama ufficialmente in Arquata la soppressione dei Feudi Imperiali Liguri e la loro annessione alla Repubblica Ligure democratica.

 

Lo sviluppo urbano di Albera nel Medioevo non si sottrae alla logica dell’organizzazione degli altri insediamenti abitati di fondovalle dell’alta Val Borbera, assumendo attorno al XV- XVI secolo anche le caratteristiche di paese di passo sulle vie di comunicazione commerciali tra Liguria, Piemonte e Lombardia. Sotto la chiesa, nella parte più bassa del borgo, su quella che un tempo era la via di transito principale, si apre un porticato, diviso in due sezioni, che all’ interno conserva tracce di archi e varchi che rivelano un precedente piano di calpestio situato a livello inferiore rispetto a quella attuale. Un paio di arcate in pietra a vista sulla parete sinistra dall’ingresso del volto hanno curvature e volumetrie prettamente romaniche e l’aspetto dei conci e delle malte li fa presupporre coevi a quelli dell’abside della chiesa ricostruito e ampliato nel XV secolo. Lungo tutte le pareti laterali si scorgono i segni di un’architettura semplice, ma solida ed efficace, basata sull’uso di materiali di reimpiego provenienti da strutture ed edifici preesistenti, come la metà di un’antichissima macina di mulino nella parte finale del porticato alla base della parete sinistra, dove poco prima si scorgono ancora tracce di un arco gotico.

Molto interessanti appaiono le soluzioni architettoniche delle volte (bellissima quella d’ingresso con travi di sostegno in legno) e a conferma del reimpiego di elementi lapidei molto antichi grandi massi di tipo “eulitico” delimitano varchi ormai murati. La prima sezione del volto presenta, nella parte interna, due finestre fortemente strombate, con visuale prospettante sul luogo di passo, a dimostrazione della funzione di controllo e forse di gabella che la struttura esercitava sul traffico commerciale. Il volto, la cui pavimentazione è stata recentemente restaurata utilizzando esclusivamente materiale coevo proveniente da vecchie abitazioni in rovina, sbuca all’altezza di una casa torre, probabilmente anch’essa con funzioni di difesa e sorveglianza, il cui aspetto austero è stato ingentilito agli inizi del novecento da un intonaco chiaro decorato con un marcapiano a finto bugnato, molto particolare, dipinto con tinta gialla, rossa, bruna e azzurra.

 

  1. PRIMA TAPPA – CHIESA SAN GIOVANNI BATTISTA AD ALBERA

  • Piantina chiesa di San G.Battista ad Albera

L’antica pieve sorgeva esattamente nel luogo dell’attuale chiesa probabilmente già nel X o XI secolo, come testimoniano le numerose sepolture presenti nel suo perimetro e riportate alla luce durante lavori di ristrutturazione e l’impianto romanico del campanile (quadrato e a pianta larga come non ve ne sono in valle). A partire dal ‘500, prevosti appartenenti alla nobile famiglia guelfa dei Fieschi, iniziano la ricostruzione e l’ampliamento della vecchia pieve ormai in precarie condizioni. L’abside ad aula canonica poligonale rimane attualmente la parte più antica come testimonia la lapide datata 1520 apposta in un corpo laterale (la vecchia sacrestia). La chiesa viene poi allungata tra il 1630 e il 1650 quando è completata l’attuale facciata mentre il campanile è terminato nella forma attuale nel 1690. La facciata è a doppia falda ed è tripartita da lesene e decorata sopra la trabeazione da una finestra a profilo mistilineo e dall’immagine moderna di S. Giovanni Battista. Fino a mezzo secolo fa, come si vede in una vecchia foto, facciata e campanile presentavano una decorazione pittorica estremamente ricca, dominata sui lati, da due grandi figure monocrome di Sante, sormontate da angeli sul frontone, mentre sopra l’apertura lobata appariva un fregio decorato con elementi fitomorfi. Tutta la facciata appariva articolata differentemente dalla attuale, con linee di pittura più mosse e fini elementi decorativi a completamento delle parti figurate. Anche il campanile, dipinto con la classica cromia gialla e rosa genovese, riprendeva le stese linee della facciata, con una cella campanaria ornata da stucchi e un capolino ottagonale terminante con una lanterna. Addossato alla navata di sinistra vi è un bel porticato con arcate in pietra a vista, forse con funzioni di riparo per i fedeli, che la voce popolare denomina “ossario” probabilmente perché costruito sopra il cimitero che circondava l’antica pieve. Dalla piazza antistante la chiesa lo sguardo converge sul bellissimo portone settecentesco, in noce bionda, finemente intarsiato e di scuola francese. Sul retro, visibile girando tutt’intorno alla chiesa attraverso i vicoli del centro storico, un semichiostro con arcate rinascimentali su due piani con archi ribassati ( quello nord di tre arcate e quello est di due), aggettante sul cortile d’ingresso alla canonica che si trova accanto alla chiesa ed ha l’aspetto di un palazzotto. Un’ epigrafe latina, purtroppo recentemente perduta, scolpita su pietra arenaria e corrosa nella prima e nelle ultime due righe, murata sulla porta di ingresso della canonica, dichiarava l’appartenenza di Albera Ligure come feudo alla S. Romana Chiesa e al vescovo di Tortona, a seguito del passaggio al clero secolare dei beni monastici dell’Abbazia di Vendersi per volontà di Papa Innocenzo III(1198-1216). Al di sopra dell’epigrafe un’altra lapide, questa tuttora conservata ma non esposta, mostrava incise due chiavi incrociate (simbolo del dominio di S. Pietro o della Chiesa Romana) incoronate da un triangolo simbolo della Santissima Trinità o, secondo altri, rappresentante una mitria stilizzata terminata da una croce (simbolo del dominio dei vescovi di Tortona).

 

  • Cartello interno chiesa

Attualmente la Chiesa, costruita sulle fondamenta della precedente plebana, con pianta a croce latina mostra un interno di foggia tardo settecentesca a seguito di interventi volti ad adeguare la navata, il transetto e l’area presbiteriale al gusto barocchetto dell'epoca. Raffinati stucchi vennero eseguiti negli anni tra il 1772 e il 1779, creando un interno ricco ed elegante nel quale trovano collocazione l'altare maggiore in marmi policromi, secondo il gusto ligure del XVIII secolo, e nel transetto due altari laterali di impianto barocco. Un intervento di restauro nel 1955con l'esecuzione di affreschi nell'abside si deve ai pittori Cesare Secchi e Giovanni Samboli e sempre nell'abside si trovano un coro ligneo del '700 e in una nicchia la statua di “S. Giovanni Battista” datata 1871, opera dello scultore genovese Paolo Olivari, del tutto simile a quella conservata su una cassa processionale laminata in argento nella chiesa parrocchiale di Recco. Nel transetto di sinistra si trova l’altare del Sacro Cuore con statua lignea del 1956 e a destra l'altare dedicato alla Madonna del Rosario con statua della Vergine che porta la data 1643. L'impianto di questo altare risale probabilmente agli inizi del XVI secolo (quando dopo la battaglia di Lepanto del 1571 si diffuse questo culto) e quindi a questa epoca devono essere attribuiti i quindici tondi di rame dipinto che circondano la nicchia, ancora poco studiati, ma di raffinata fattura. Nella navata sono conservate alcune opere degne di nota: in fondo un organo datato 1802 con cassa ancora settecentesca in legno dipinto, all’inizio della parete sinistra una fonte battesimale con settecentesco coprifonte ligneo intagliato, sulle pareti laterali due quadri di Luigi Villa del 1858 raffiguranti scene evangeliche del “Quo vadis?” e un’immagine di “San Paolo” e più avanti in alto sulla parete sinistra una bella tela datata, di incerta attribuzione, raffigurante San Giovanni Bambino, un tempo conservata in Canonica. Decorano i pilastri agli angoli del presbiterio quattro bellissimi ovali raffiguranti i Santi Rosa e Domenico e i genitori del Battista San Zaccaria ed Sant'Elisabetta, circondati da eleganti cornici in stucco e attribuiti quasi con certezza a Giovanni David, pittore e incisore di grande talento nato a Cabella Ligure nel 1749 e attivo a Roma, Venezia, Genova (dove si può osservare un'importante pala d'altare in S. Maria delle Vigne), Parigi e Londra. Il pavimento della Chiesa è datato 1850 ed eseguito con tecnica a mosaico in pietre policrome molto vicina nello stile e nella cromia a quella del Duomo di Tortona, ma decisamente più ricca nel corridoio centrale che percorre longitudinalmente la navata, dove si possono osservare figure e simboli sacri. Infine notevole è l'armadio della Sacrestia recentemente restaurato, ascrivibile nello stile al mobilio dei primi anni del '600, che ancora conserva originale l'intera maniglieria in bronzo.

3. SECONDA TAPPA

  • Mulino

Il mulino è un edificio attestato già in età medievale e oggetto di contese e luoghi di potere sul territorio. La situazione morfologica, caratterizzata da abbondanza di acqua, ha favorito l’impiantarsi di questi manufatti. Tra quelli recuperati vi è quello di S. Maria nato come struttura arcaico-industriale nei primi anni dell’ ottocento e rappresentante una preziosa testimonianza di culture ligure-montane basata sui valori del risparmio e del reimpiego dal momento che presenta le tracce di una serie di riadattamenti sia strutturali che funzionali avvenuti in epoche diverse(fino all’ultimo dopoguerra)dove i materiali lignei e murari sono stati sostituiti, riarrangiati e reimpiegati. Particolarmente significativa a questo riguardo, risulta la presenza, in una posizione dell’edificio ancora da ristrutturare, di un essicatoio a soffitto per le castagne che venivano macinate per produrre farina e nella stessa stanza di un alternatore che testimonia la produzione di energia elettrica per le case circostanti.(Di solito era dotato di ruota orizzontale o verticale a volte doppia.) Il mulino di pietra mosso dall’acqua di S. Maria, fu restaurato alcuni anni fa per volontà dell’Amministrazione Comunale e della Comunità Montana in modo da ridarne una funzionalità e, quindi, una nuova vita. Tra le sue funzionalità vi era e vi è ancora oggi, la capacità di lavorare sia frumento che mais, anche in contemporanea, in due macine distinte, mosse entrambe da una grande ruota che prende il movimento dell’acqua del rio che scorre a fianco della costruzione. La macinazione a pietra, dà origine ad una farina di frumento più grezza e meno raffinata di quella che si trova nei negozi, ma ha il vantaggio di preservare alcune caratteristiche alimentari del frumento che una raffinazione più spinta eliminerebbe. L' utilizzo di questo tipo di struttura potrebbe essere vantaggiosamente abbinato a produzioni di frumento biologico, realizzate in Val Borbera.

4. TERZA TAPPA – CHIESA DI SANTA MARIA

  • Chiesa di S. Maria

Da Vendersi, scendendo nell’Albirola, a metà costa, si trovano la villa S. Maria con la chiesetta omonima. Già nominata nel 1523 e nel Sinodo di Mons. Settala del 1659 come oratorio dell’Assunzione della Beata Vergine Maria attualmente la chiesa è intitolata alla Beata Vergine della Neve. Oggi si presenta in forme rinnovate nel XVIII sec. con le pareti in pietra profilate da lesene, intonacate di bianco sulla facciata come i due cornicioni, uno rettilineo e l’altro lobato. Il campanile a vela è posto su un lato. Molto antica è la zona absidale dove la parte sud-ovest, in particolare, mostra una soluzione costruttiva di tipologia medievale sia nello sviluppo volumetrico sia nell’uso della specchiatura. Sotto la chiesa, degradante sul pendio, si snoda l’abitato di Santa Maria con case in pietra a vista o ad intonaco grezzo che in centro villa si affacciano su una corte interna dove sbocca un archivolto. Nella parte più bassa del borgo un altro bel gruppo di case attorno ad un'aia con ingressi rigorosamente al primo piano ai quali si accedeva tramite scale in pietra, mentre le cantine sono al pianterreno e accanto si trova il fienile con la sottostante stalla, secondo una tipologia costruttiva tipica della valle.

5. ARRIVO - CHIESA DI VENDERSI A FORTUNATO

  • Chiesa di Vendersi

Tra le fondazioni monastiche più antiche di questa regione vi fu l’abbazia di Vendersi originariamente dedicata a S. Pietro. Distrutta una prima volta nel primo quarantennio del X secolo “a perversis hominibus” forse Saraceni, come citato in un diploma di Ottone II del 5 giugno 976, alla metà del X secolo la struttura versava in precarie condizioni “iam quasi profanatam et velut omnino annullatam” cioè quasi interamente abbandonata, secondo quanto emerge da un atto del Vescovo di Tortona Giseprando del 946 d.c.. Dalla lettura dello stesso atto si apprende che l'Abbazia era stata donata da Ugo, serenissimo Re d'Italia, alla chiesa tortonese in un periodo collocabile tra il 926 e il 931, e che già vi era inumato il corpo di San Fortunato Martire, del quale all'interno della Chiesa sono tuttora conservate le reliquie. Nello stesso atto Giseprando disponeva che ivi fossero insediati alcuni chierici e sacerdoti, assegnando sufficienti rendite per il loro sostentamento e lo svolgimento del divino ministero. Con una Bolla del 13 aprile 1157 papa Adriano IV confermava il possesso alla chiesa tortonese della ricostruita abbazia sostituendo l'originaria dedicazione a S. Pietro con quella a S. Fortunato. La tradizione afferma che essa andò nuovamente distrutta da una frana, di cui sono evidenti tuttora i segni, intorno al 1200 e addita una spianata, detta Pian dei Preti, sopra la villa di Vendersi a circa 1100 metri d'altitudine, come il luogo ove sorgeva l'antico complesso monastico. Più in alto una sorgente, detta Fontana Sacra, e il toponimo Pian Del Canale fanno presumere che da quei luoghi si derivasse l'acqua per l'abbazia. Oggi del cenobio non rimane traccia se non in ritrovamenti occasionali di antichi mattoni e nel coperchio di un sarcofago conservato all’interno della attuale Chiesa. Tale coperchio (2 m di lunghezza e 0,80 di larghezza), collocabile nell’Alto Medioevo con un possibile riutilizzo fino al primo periodo del medioevo centrale (XI sec.), presenta una semplice decorazione in granito monolitico con quattro acroteri laterali. La provenienza esterna del granito, l'unicità dell'oggetto in Valle e le sue notevoli dimensioni sono testimonianza dell’importanza e del prestigio ricoperto dal cenobio in quegli anni e potrebbero indicare che l’abbazia venne fondata, forse, su avanzi di più antichi edifici. Dal coperchio, scorto a breve distanza dalla chiesa dopo essersi staccato dal sarcofago nel roteare per i dirupi in occasione della frana, si desume che il sarcofago, probabilmente sprofondato nel terreno perché più pesante, fosse destinato ad un personaggio di rango, forse all'abate fondatore dell'Abbazia o a qualche importante e nobile benefattore. La sepoltura poteva essere posta a vista o interrata fino all’altezza del coperchio, come si può ancora vedere in scavi di complessi di culto coevi come a Riva Ligure (Imperia). Franata e distrutta l’abbazia una lapide“- Alberiae, Vendercii ac Sanctae Mariae – Feudum Romana Ecclesiae – a monachis Sancti Benedicti - ad saeculum translatum -”, posta un tempo sulla porta della canonica di Albera, testimoniava il passaggio durante il papato di Innocenzo III (1198-1216) dei beni monastici di Vendersi al clero secolare e alla Pieve di Albera . Nel 1659, nel “Sinodo” del Vescovodi Tortona Mons. Settala, è nominata, per la prima volta, la doppia intitolazione ai Santi Fortunato e Matteo, poiché ivi si veneravano, come oggi, le reliquie dei due Martiri. Intorno alla metà del ‘400 la comunità locale provvide all’erezione di una nuova chiesa, proprio sul pianoro ove ci troviamo, dal quale si gode d uno splendido panorama.

 

  • Cartello interno chiesa

Questa chiesa, una prima volta edificata attorno alla metà del ‘400, a una visita apostolica del 1576 risulta già coperta a volta murata nel presbiterio, mentre nella restante parte il tetto è costituito da un tavolato. Nei primi anni del ‘700 le precarie condizioni dell’edificio portarono alla ricostruzione di una nuova struttura, a croce latina, edificata sul posto dell’antica, con pietra del luogo e coperta di volta. Il campanile risulta già costruito nel 1735, i tetti della Chiesa e canonica sono portati a termine nel 1746, mentre il capomastro Andrea Andreani nel 1749 inizia la costruzione di un nuovo altare e della sacrestia. Nel 1751 Giovanni Antonio Massa fabbrica il banco della Sacrestia e l’armadio per gli antichi paramenti, tuttora conservati in luogo sicuro. L’abside è terminato nel 1760 e arredato da un coro ligneo, purtroppo recentemente trafugato insieme agli sportelli della Sacrestia. La chiesa è dotata di tre altari: l’altar maggiore, quello della Madonna del Rosario a sinistra, quello dei Santi Fortunato e Matteo, contitolari della chiesa, a destra, tutti adornati con stucchi da Pietro Sartorio nel 1766. Le reliquie dei Santi Patroni sono trasferite dall’urna vecchia alla nuova, anche questa trafugata, con i sigilli del vescovo Andujar nel 1769. Nel 1770 venivano intonacati i muri interni e fatto il pavimento. Oggi l’edificio si presenta con una facciata dal profilo superiore modanato e tetto coperto di lastre di pietra locale, dette ciappe . Il campanile insiste nella zona tra la sacrestia e la canonica, il transetto è sporgente e l’abside circolare. I muri perimetrali dovevano essere intonacati, ma le tracce della peculiare colorazione giallo e rosa permangono solo sul campanile. Presso il deposito della parrocchiale di Albera Ligure, sono conservati un dipinto su tela raffigurante la”Madonna con Bambino” di scuola genovese della prima metà del XVII sec. e una tavola con “Madonna e Bambino tra i Santi Fortunato e Matteo” recante la data 1619 in un cartiglio sotto il trono della Vergine, esposti nella chiesa in occasione delle Festività. Di fianco e appena al di sopra della chiesa attuale, isolata dalla stessa, sorge la villa di Vendersi.

 

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